Mr Fish Pie: eglefino 1.

 

E’ un po’ come il pudding o l’English breakfast. O il teatime con scones e jam. Perfettamente british, tradizionalmente british. Come la cupola della cattedrale di St. Paul, "da conservare ad ogni costo", ripeteva ogni giorno Churchill. E la chiesa è ancora lì. Pochi passi più in là, in quella che era la via della stampa, piccola svolta a destra e si torna giusto indietro di 400 anni per il pranzo.

Of course, allo Ye Olde Cheshire Cheese puoi scegliere, magari seduto al posto preferito del dr. Samuel Johnson, la ale che fa per te: bitter, mild o lager. Da accompagnare con un pie, magari di fish, o un roast abbondantemente accompagnato da gravy (per la sottoscritta sempre troppo).

O fish and chips, che più british non si può.

E’ affascinante come in cucina possano convivere e rinascere e risorgere (aggiungerei io) ingredienti inflazionati e bistrattati per tanto tempo. Prendete l’haddock o eglefino. Il nome, nella sua traduzione italiana, mi ha subito colpito: pare un incrocio fra un folletto e un pesce. L’idea di cucinarlo in qualche maniera è stata immediata. Ho adocchiato un Fish shop mentre arrancavo in salita verso il nido della pupa. E sulla via del ritorno ho fatto l’acquisto con tanto di lemongrass as a present (bè a dir la verità con quello che costava il pesce niente era regalato). 

Tornata a casa ho fotografato e studiato.

Lo so, la cucina inglese in tanti evoca brutti ricordi. Anche nella sottoscritta. Nel mio viaggio studio a Londra, circa un secolo fa, venivo dotata ogni giorno di sandwiches a base di non so più che con un ingrediente che non mancava mai: circa un panetto di margarina (che non ho mai, ma proprio mai sopportato). E poi il gravy, intongoli che bagnavano, affogavano e suicidavano ogni tipo di preparazione. Infine fish&chips a base del pesce peggiore fritto e rifritto. 

Qualcosa in realtà sta cambiando, se non è già cambiato nella cucina anglosassone. Sono arrivati gli chef della nuova generazione ad alleggerire, rinnovare ed educare. Certo perché di educazione alimentare qui si parla fin dalla scuola: si sono sviluppati nuovi menù per le mense scolastiche, si organizzano corsi di cucina per bambini ( e ve ne parlerò, giurin giuretta), ci sono siti dove si parla solo ed esclusivamente di cucina dallo svezzamento in poi (diciamo come il cucchiaino ma molto, molto di più come diffusione) e nei ristoranti se non si è bimbo friendly bè si è proprio demodè:-).

 

Ritorniamo all’eglefino. Il povero pesce di solito, più o meno volentieri, si presta a finire nel fish&chips. Piuttosto che nel fish pie. Una preparazione, quest’ultima, che se fatta con tutti gli onori e alleggerita diventa un perfetto esempio british tradizionale della nuova tendenza. Non per nulla la ricetta l’ho trovata sia nel libro di ricette di Jamie Oliver (messo a disposizione da James, il nostro padrone di casa) sia in "The National Cookbook" di Oliver Peyton. Quest’ultimo è stata una scoperta. Ok, parte in vantaggio con la sottoscritta. Perché parla di cucina, la divide nelle quattro stagioni e ci mette dentro l’arte. E tutti quei quadri, vicino ai piatti, sono un’emozione.

Come scrive Peyton il Fish Pie è un piatto da tutti giorni, di quelli dove ci metti quello che hai. Chiaro, oggi può diventare un superpie se ci infili gamberoni, aragosta etc, ma visto che qui si parla di pupi (e i crostacei sono ancora banditi) meglio scegliere la semplice combinazione di patate e eglefino. Così british e così winter:-).

 

Tenete conto che ho cambiato solo poco, poco la ricetta di Peyton. Ho eliminato il vino e la salsa al prezzemolo, e ho voluto aggiungere nella copertura alla patata giusto un cucchiaio di farina e un pizzico di lievito, tanto per vedere se così si gonfiava un pochino in più. Il fish pie è formato 12 mesi per via di panna, burro e latte. Potete sottoporre anche a bebè più piccolo preparando la purea di patate con brodo di cottura e giusto un cucchiaino di olio. Il pesce l’ho passate in padella con un goccio sempre di olio e acqua di cottura delle patate.

 

piesse: dimenticavo, se visitate St. Paul di domenica ricordate che la chiesa è aperta, ma le gallerie sono chiuse così come la cupola, in compenso è sempre aperto il ristorante… nella cripta. ‘Sti inglesi sono stupefacenti.

Lo Ye Olde Cheshire Cheese è poco più in là, in Fleet Street e chiude, alla domenica, 2.30 p.m., sempre o’clock. Dopo il pranzo, prendetevela comoda e fate una camminata a piedi dal Millenium Bridge fino al Tower Bridge (seconda puntata).

 

Ingredienti

1 filetto di eglefino (o merluzzo o salmone)

5 patate 

1/2 porro

50 gr di burro

1/2 tazza di panna fresca
1 bicchiere di latte

2 cucchiai di farina

1/2 cucchiaino di lievito istantaneo (io ho usato la baking powder inglese)
lemongrass (o se non avete scorza di limone)

timo limonato (o normale)

sale (senza se il bebè è poco più di 12 mesi)

 

Procedimento

Pelate le patate e mettetele a cuocere in acqua. Una volta pronte schiacciatele, aggiungete il burro, la farina, la panna e un paio di cucchiai di latte. Dovete ottenere una specie di purè che finite con il cucchiaino di lievito. Prendete il filetto: fate cuocere giusto cinque minuti in padella con un cucchiaio di latte, i porri affettati, il timo e il lemongrass (o scorza di limone in mancanza). In una pirofila posizionate in fondo il pesce che si sarà un po’ sfaldato e coprite con la crema di patate. Mettete in forno a 180° per 20-30 minuti. Le patate sopra faranno una bella crosticina e si gonfieranno.

 

 

 

 

Radio Londra is speaking

 

"Cigno ruba pezzo di pane a pupa". E ancora "Qui a Londra splende il sole". (ed è vero). O "Pupa cerca coperta della nonna e il fratello di Margherita". "Ecco il video biscottoso su Alice". Questi non sono messaggi in codice perché la radio Londra vera e autentica ha chiuso le trasmissioni da un po’ (per la precisione "L’ora di Londra" ha chiuso nell’81).

 

Radio Londra cucchiaino invece interrompe le trasmissioni per comunicazione di servizio. Nel senso che circa un paio di mesi fa avevamo biscottato in tv, per la precisione da Alicetv. Ecco il risultato dei pasticciamenti della sottoscritta.

Lo so di ritardo ne abbiamo accumulato un pochettino, leggero, leggero. Ma dopotutto c’è sempre tempo per farsi due risate (non sono così permalosa da non augurarvi qualche minuto di comicità a mie spese:-). E a dirla tutta c’è un motivo in più per ricordare l’andata-ritorno Milano-Roma-Milano nel respiro di una giornata. Da questa settimana, che sta per finire, alcune delle ricette del Cucchiaino saranno ospitate, insieme ai nostri racconti, sul blog "Le Pappe di Alice", un nuovo canale all’interno del sito di Alice Cucina.

L’idea della collaborazione è nata un paio di mesi fa, di sicuro tutti questi incroci di alici hanno avuto la loro parte:-).
Inutile dire che al progetto credo (e altrimenti perché mai l’avrei scelto?) e mi fa grande piacere vedere che si cominci a parlare di cucina per i più piccoli in maniera diversa rispetto al passato, proprio là dove ricette&co sono i protagonisti. Chiuso momento serio, serio.

Che cosa troverete? Bè il prima possibile, almeno spero:-), il fantastico header di Miss Cia (che non è quello che vedete in questo momento) e poi due ricette a settimana del Cucchiaino. 

Te gusta? Sì, comunicalo (anche sul blog "Le pappe di Alice"). No, fingi e passa oltre. Non lo so, ci devo pensare: tutti hanno dei dubbi, dopotutto.

 

piesse: grazie al webguro per montaggio, fissaggio e non so che altro del video.

ripiesse: chi scova i miei delitti linguistici nel video non lo comunichi in mondo visione, please, ma si autolimiti a Radio Londra Cucchiaino.

 

Crumble al rabarbaro: it’s 5.00 p.m.

E’ una delle prime cose che ho acquistato a Londra, insieme al lemongrass, la lavagnetta magica di Hamleys e il National Cookbook. Di sicuro è quello che mi ha dato grande soddisfazione. Della serie “lo voglio, lo trovo ed ha pure un prezzo ben al di sotto del mercato italico”. Cinque, dico cinque gambi (si dice così?) di rabarbari, color porporaviolaceo acceso, da utilizzare come frutta ma della famiglia "verdure".
E ho deciso che niente era più “british” di un crumble, soprattutto all’ora del tè.
Semplice, veloce e fatto di poche briciole: giusto fiocchi di avena e farina integrale (ne ho una quantità industriale, avanzata dalla pakkolla), scorza di arancia, poco, poco zucchero scuro e un tocco di burro. E il rabarbaro in tutto il suo splendore, cotto qualche minuto con due cucchiai di zucchero, mezzo bicchiere di latte e un cucchiaino (ce l’avevo e non ho resistito) di latte di cocco. 

Con gli scones e il pudding (ne parleremo) il crumble (di solito di mele) è uno dei pezzi forti per il tè delle cinque.
Il teatime per la sottoscritta rimane però ancora un miraggio (e difatti il mio crumble è stato il dolce della cena) che in settimana a quell’ora lavoro mentre la pupa saltella al nido e nel finesettimana è l’orario migliore per girare per musei e gallerie (bè per noi, visto che l’aliociotta è fuoriuso sul passeggino). Indi, mentre gli inglesi e sua maestà sorseggiano dell’ottimo Early Grey, Mr B. ed io siamo impegnati con mummie, fregi del Partenone di ellenica provenienza (‘sti inglesi sono pazzeschi!) e la decapitazione di Lady Jane Grey: lo so, quest’ultimo, a voi non dice nulla, ma a me è rimasto il ricordo di questo quadro da ragazzina al National, sì, sì più dei girasoli di Van Gogh, avevo una fervida fantasia allora.

Sarà ma Londra non ti mette per niente la voglia di fermarti, se poi considerate l’irrequietezza innata della sottoscritta le cose possono solo correre ancor di più.

Ecco quello che è stato il programma del nostro weekend, caso mai qualcuno fosse curioso e volesse trarre spunto per visite future:-).

11.00 a.m.: Cinderella al Lyric. Londra è la città dei musical, dei concerti e delle rappresentazioni shakespiriane. Bene, non solo. C’è una nutrita programmazione anche per i pupi, ma proprio pupi (diciamo dal formato aliciotta in poi).

13.00 p.m.: Portobello market. Mai visto tanta gente e tante chincaglierie insieme. Spostatevi verso Nottting Hill, dove il mercato si fa soprattutto gastronomico e afte tappa a Books for cooks (prometto di riparlarne che qui si fa lunga).

15.00 p.m.: lunga, lunga camminata e ecco che ci siamo spostati verso Chiantown, Soho, giro l’angolo, cammino, cammino.

16.00 p.m.: requiem pupi, il British. Stupefacente. Però i fregi del Partenone potrebbero ritornare a casa, casetta, no?

18.00 p.m.: chiamalo teatime, bè comunque crumble di mele nella cripta. Porzione devastante, la custurd cream contribuisce notevolmente a peggiorare le cose. Requiem della sottoscritta, resurrezione della pupa.
 

Dimenticavo la ricetta. Praticamente ve l’ho già cantata. Riepilogo, che qui si parla di cucina. Formato? Due anni soprattutto per via del rabarbaro (aspetto però conferma dalla pediatra del cucchiaino). Nel senso che se sostituite con le mele potete agevolmente impiattare per un dodici-diciotto.

Tagliate il rabarbaro a pezzetti (circa 5-6 gambi). Mettete in pentola con un cucchiaino di zucchero e latte (circa mezzo bicchiere). Girate fino a quando si ammorbidisce senza però sfaldarsi (basteranno cinque, otto minuti). Preparate le vostre briciole. Mischiate burro (circa 70 gr), fiocchi di avena e farina (circa 150 gr) e zucchero (50 gr). Se volete potete aggiungere scorza di arancia (io ci ho messo delle scorze caramellate) e granella di mandorle (io non l’avevo e ho lasciato perdere). Dovrete ricavare un impasto a briciole (usate, usate le dita). Mettete il rabarbaro nella pirofila e coprite con il crumble. Infornate per 20 minuti a 180° e servite caldo.

 

Morning glory: la pukkolla

Alice&io. La mattina. James, il nostro padrone di casa. E Jamie, quello nazionale che ha rivoluzionato e alleggerito, bontà sua, la cucina "british". E la pukkolla, please non chiamatela porridge che questo è un muesli di rango preparato homemade. Partiamo dall’inizio, che la storia pare un pochino complicata quando in realtà è semplice, semplice.

Punto primo. La sottoscritta e la pupa. Hanno ricominciato a vivere la mattina. Tutto all’incontrario rispetto a casa. Moi, pasticcio e lavoro al pomeriggio, l’aliciotta sgambetta con gli amici al nido dall’1.00 p.m. in poi. E la mattina è tutta nostra: breakfast lungo, abbandono della casa veloce, veloce, passeggino, poco e sotto adulazione, minaccia, distrazione e avvistamento dei continui aerei che sorvolano la nostra testa, parco o biblioteca o parco. 

Siamo a metà strada fra Holland Park, il parco di "pavone e scoiattoli" (come ha nominato pupi) e Hyde Park, qui pare di essere fra le allegri comari di Windsor, tante sono le papere, le anatre, i cigni, i piccioni e le brigate di turisti e non armati di pane. La cosa fantastica è che al parco ci si va nonostante tutto. Vento? Bè almeno è sereno. Piove? Sì ma poco, poco e almeno non c’è vento. Piove troppo? Basta entrare nella prima biblioteca a portata di mano e parcheggiare il tuo "buggy". La sottoscritta trova pace mentre pupi, con minimo venti bambini, è già coinvolta in "Old Macdonald had a farm". E della biblioteca prometto racconto ampio che ne vale la pena.

Punto secondo. Il padrone di casa. Non lo conosco e a tutta prima pensavo proprio non avessimo nulla in comune: mai avuto simpatia per mobilia classica, tappeti, divani in simil pelle e soprattutto cucine dotate sì di due Creuset (quanto pesano!) ma così vecchie che un’antiaderente Ikea avrebbe fatto la sua porca figura al primo risotto. Poi ho dato un occhio alla mini raccolta di libri all’ingresso. E sono rimasta stupita. Raccolta completa della rivista di Jamie Oliver, un paio di manuali sempre del suddetto e diversi libri di cucina, compresa una chicca su come si sfamavano nell’immediato dopoguerra. E di quest’ultimo vi racconterò. Ok, gli aggeggi in the kitchen sono proprio essenziali, tanto che pensare di far lievitare qualcosa in forno o fuori risulta un’impresa, però sto James con le sue due Creuset e la passione per la cucina naturale di Jamie, mica è così antipatico. Unico appunto: se me l’avesse detto prima, bè, evitavo di trascinarmi fin qui "La cucina naturale" di Oliver (venire a Londra senza cucinare nulla dal tomo mi pareva troppo uno sgarbo).

Punto tre. In parte è già svelato. Da "The return of the naked Chef" ho preso la ricetta di oggi. La pukkolla. Lo so il nome pare strano, a metà strada tra un piano segreto del Kgb e una delle ryhmes di pupi. In realtà è uno di quei comfort food che ricordano una delle pappe di quando eravamo pupi. Per Jamie una sorta di madeleine proustina da preparare a proprio gusto con un giorno di anticipo (nel senso che alla fin fine dovete fare un muesli e quindi potete metterci quello che più vi aggrada).

Io ho seguito il suo consiglio forse fin troppo, ma la colpa è tutta da imputare a Whole Foods dove ho recuperato la materia prima. Ecco qui prendete il vostro sacchettino e scegliete fra una ventina di tipi di cereali, frutta secca e disidrata. Il risultato? La pukkolla ci ha messo giorni a finire:-).

La pullokka può essere formato sotto i dodici mesi: è sufficiente sostituire il latte con lo yogurt e utilizzare frutta secca e disidratata secondo calendario.

 

Nota a margine della sottoscritta, della serie last but not least. Abbiate pazienza per stoviglie e sfondi che qui come dicevo non è mica la mia di cucina. Di sicuro conoscerete in fretta tutto il servizio, oggi ne avete un’anteprima compresa la conoscenza della piantina di basilico che mi faceva tanto casa e a cui non ho resistito:-).

 

 

Ingredienti (ossia come ho improvvisato io il nostro porridge)

Una manciata di fiocchi di avena bio

Una manciata di riso soffiato

Una manciata di frutta secca (mandorle, nocciole, da evitare sotto l’anno)

Una manciata di frutta disidratata (mela, banana, uvetta)

Una mela (io ho usato una Cox ma voi andate di Golden)

Latte o yogurt

 

Procedimento

Mischiate i vostri cereali con la frutta secca e disidratata. Coprite con latte o yogurt bianco naturale (sotto l’anno). Aggiungete la mela grattuggiata e mischiate velocemente in maniera che non annerisca. Mettete in frigo per una notte. Alla mattina potete aggiungere altra frutta fresca, ad esempio banana o mirtilli (dopo i due anni) e un cucchiaino di sciroppo d’acero. Servite. Naturalmente la pukkolla è fantastica anche per la merenda. Potete preparare la base preferita dal vostro bebè, conservarla in una scatola e utilizzarla all’occorrenza (aggiungendo mela, latte o yogurt).

 

 

 

Topinambur e dinosauri

 

Manca il sole. Sapete no di quella presenza che più sovente a Palermo ma di tanto in tanto anche a Milano decide di stanziare per un’intera giornata nello stesso luogo? Bene a Londra fa capolino, ma proprio capolino tra innumerevoli nuvole e dura un… respiro. Giusto il tempo "Vai che ora riesco a fare due scatti senza cercare la luce che non c’è" e quello è già bello che andato. 

Indi, facile, ma proprio facile capire che la pasta di cui sopra appartiene ad altri lidi.

Perché mai è qui, allora? Bè perché volevo (anzi volevamo che l’aliciotta ha avuto modo di divertirsi) parlare di dinosauri e della ragazza dei suddetti animali. Tale Mary Anning. E quindi niente di più semplice che estrarre dal repertorio cucchiaino un ingredienti di cui sapete già vita, proprietà e beltà: ecco qui. Archiviata la ricetta (don’t worry, il procedimento lo trovate sotto), veloce, veloce giro al museo di Storia Naturale londinese.

Noi ci siamo stati domenica: tranquilla passeggiata attraverso Kensington gardens, avvistamento cani, ancora cani, corridori del weekend superprofessional e passeggini, tanti passeggini. Al museo, chiaro siamo a Londra, tutto è super organizzato: per la serie se hai tre figli, magari quattro e  un cane noi ti aiutiamo e la tua visita sarà un gioco da ragazzi. Basta che segui le code, non corri eccessivamente e rispetti le indicazioni sui tempi di osservazione dei dinosauri. 

Poi ho visto Mary Anning. Bè non lei in carne ed ossa, poverina, ma la sua foto e la didascalia in bella vista a ricordare che una donna, inglese, di umili origini, colpita da un fulmine da pupetta (non so perché ma questa cosa mi ha riempita di ammirazione, quasi fosse una benedizione divina) era stata la prima a scoprire nel Sussex fossili, ossa, etc, etc… Altro che Darwin e legioni di speleologhi. Women make it better:-).

Piesse: Mary è stata giusto protagonista dell’ultimo romanzo di Tracy Chevalier (Strane creature). Lo ammetto io mi ero fermata alla "Ragazza con l’orecchino di perla" ma dopo aver scoperto la ragazza colpita dal fulmine e scopritrice di dinosauri, tento il bis.

Ripiesse: of course se siete a Londra e avete bambini fate una capatina a vedere i dinosauri, super!

Dimenticavo la ricetta (che dopotutto siamo qui a parlare di cucina).

Il formato bebè è dai 12 mesi in poi, anche se potete sottoporre prima eliminando prezzemolo e scorza di limone, e preferendo una pasta baby.

Et voilà: cuocere al vapore i topinambur. Passarli con qualche cucchiaino di acqua di cottura, un cucchiaino di olio EVO e poco, poco aglio. Lessare la pasta (io ho usato dei tubicini attorcigliati) e condire con la salsa ai topinambur, scorza di limone bio e profumate con prezzemolo fresco. 

Home sweet home

 
Ho sempre pensato che muoversi nel mondo fosse un gioco da ragazzi: connessione internet, minimo inglese e google maps. Poi è stata la volta di Londra: niente sarà più lo stesso. Tutto è cominciato con l’invito di Mr B. che, bè lui, a Londra ci è venuto per lavoro. Il giorno dopo stavo già cercando.
La casa casetta, l’asilo per la pupa e l’indirizzo del Fifteen (Ramsay spara al di sopra delle mie possibilità:-). Tenete conto che oggi si fa lunga e con zero ricette e una illustrazione (grazie Miss Cia!).

 

Si sono attivati gli amici, i parenti e i conoscenti: ognuno alla fine aveva un contatto, una dritta e un indirizzo segreto. C’è persino chi ha proposto di "dimorare" next to Downing Street. No, grazie per ovvi motivi.

Io, l’agenzia di viaggi di casa (parole di Mr B.), pensavo: "poco importa, chi ha scovato quella casa perfetta, ma proprio perfetta, minimo costo massima vista in quel posto lontano, lontano?".  Non avevo fatto i conti con Londra, così vicina, così da weekend "vado e vengo", così "british correct". 

Sono iniziate le mail. Mi telefona un’amica: "Cara, mi raccomando non affittare da agenzia (e io tra me e me "ma quando mai!"), fatti un giro su gumtree e troverai". Detto, fatto: casa, casetta, posizione perfetta, short let da supersaldo. Peccato che fosse una truffa. Come ci siamo salvati? Il mio sesto senso e internet: "Mai affittare da privato che prevede pagamento tramite Western Bank e proprio non ha la minima propensione a mostrarti la detta abitazione". 

Un mese e un pezzo fa ho iniziato a pensare che la faccenda non fosse così banale. La pupa dal canto suo era già bella che sistemata: asilo trovato con due giri in rete. E la sottoscritta era già munita di lista delle più straordinarie esperienze che un pupo può fare a Londra. E pure un adulto, si intende.

Ma la casa dolce casa niente. Sono iniziate le telefonate (benedetto skype!). Per lo più ad… agenzie! Ormai in ogni affitto da privato mi pareva ci fosse qualcosa di marcio. Tra l’altro se mai vi troverete (o magari vi ci siete già trovati e allora potevate spargere consigli) a cercar casa casetta a Londra scoprirete che ci sono tutta una serie di categorie di affittuari: i privati, i truffatori, le agenzie (un disastro) e quelli che sono nel bel mezzo, prendono case, vedono gente e ogni tanto affittano. 

E’ stata un’epopea: ormai non passava ora che non volassi su google maps ad identificare zona, casa e … possibile "fregatura". Mi sono ritrovata a spiare dalla strada verso il lower ground floor di 30-40 mq a prezzi da spavento.

Poi è arrivata: la casa. In centro, a due passi da Hyde Park, una corsetta dalla metro (per Mr B.), una piacevole passeggiata tra i negozi per arrivare all’asilo.

Era fatta: "Ora la affittiamo e via non ci pensiamo più". Non avevo considerato la burocrazia inglese. Ci sono voluti giorni per compilare carte e raccogliere le referenze. Sì le referenze con tanto di testimoni. Della serie la sottoscritta è una perfetta "housewife" con vita lavorativa parallela poco ingombrante: riordina e pulisce che è un lustro. Mr B. è una persona seria, seria: mai corso in corsia. E pupi? Bè lei non piange, non rompe, non schiamazza e soprattutto dorme entro le 9 p.m. Grazie all’amica che si è prestata alla nostra referenza:-).

Sto ancora cercando di capire dove sta la fregatura in questa casa, civico 24, interno 18. All’arrivo ho pensato che lo spazioso corridoio fosse in realtà l’entrata a diversi appartamenti (pensate un po’ come ero messa). La casa a Londra avvertita per settimane come buco un metro per uno mi è sembrata enorme. Mi sono aggirata in preda alla felicità. Ho controllato, guardato e cercato: nessuna fregatura. Giusto la cucina di ampie dimensioni ma ridotta in quanto ad aggeggi ai minimi termini: due pentole da peso immane, neanche l’ombra di un frullatore (ergo niente vellutate e affini in questo periodo) e una misera frusta "riscopri la forza del tuo braccio". 

Quindi in questo periodo il cucchiaino che farà? Bè la sottoscritta è previdente e qualche ricetta by home l’ha conservata e poi ha conquistato proprio oggi da Butlers in High Street Kensington una mini, ma proprio mini pentolina da forno per il primo pie a base di eglefino:-) Stay tuned.