Perdersi nel ventre di Matera

Matera

 

Arrivo a Matera, una delle città più antiche al mondo, e spalanco gli occhi. Guardi e riguardi, ti perdi fra i vicoli, su quelle strade che diventano tetti e poi di nuovo strade e il cuore si ferma nel precipizio in cui giace la città. Aveva ragione Carlo Levi, “Chiunque veda Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza”. L’aspetto stupefacente è che Matera, indicata come “vergogna nazionale” nel dopoguerra, poi decretata Patrimonio dell’Umanità nel 1993 e scelta come Capitale Europea della Cultura 2019 , ha così tanti anni dalla sua parte da farti credere col suo abbraccio che il tempo, dopotutto, conti poco o nulla.

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Lanzarote: cosa vedere sulla Luna

 

Ho sempre pensato che la Luna fosse impossibile da raggiungere. Poi sono sbarcata a Lanzarote e ho capito che, dopotutto, la Luna non è così lontana. E’ stato sufficiente macinare una decina di chilometri da Playa Blanca verso le colline nere di pece, punteggiate di vigne e piante smeraldo per spalancare gli occhi e sentirmi catapultata in un altro pianeta. La cosa straordinaria? La vacanza, nata quasi per scommessa con Lui (ma vuoi vedere che le Canarie possono piacerci?) e presentata ai bimbi come un viaggio sulla Luna o quasi, si è rivelata sorprendente.

Perché Lanzarote, isola spagnola sperduta nell’Oceano Atlantico ma quasi a vista della costa africana marocchina, è la natura al suo massimo mentre il respiro che sa di vento e salsedine ti regala giornate silenziose di cieli tersi e libertà, estrema libertà. Mi è capitato di avvertire la stessa sensazione in Sud Africa, credo sia un connubio magico fra paesaggio, natura, oceano, vento e sguardo avvolto dall’infinito.
L’isola, scoperta dall’italiano Lanzerotto dal quale ha preso il nome e Riserva della Biosfera dal 1993, ci ha incantati con un gennaio di primavera (temperature che vanno dai 17 di minima ai 24 gradi di massima), appena atterrati (volo low cost di sole quattro ore).
E’ stato sorprendentemente piacevole coi bambini scoprirla perché gli spostamenti in auto sono sempre stati su distanze brevi e soprattutto perché valgono già di per sé il viaggio, mentre le visite per lo più si compiono a cielo aperto (o quasi). A tutto ciò aggiungiamo zone costiere che consentono di camminare e passeggiare a bordo mare, portandosi dietro un passeggino e fermandosi a fare una siesta a base di “papas arrugadas” e mojo, sangria (per noi) e polpo alla gallega, ovviamente “pieds dans l’eau”:-)

Cosa vedere una volta arrivati sulla Luna terrestre?

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  1. Sono Cesar Manrique

Ho sempre pensato che gli artisti e gli architetti migliori fossero quelli che sanno creare ciò di cui non sapevamo di aver bisogno e hanno la capacità di mettere tutto ciò in relazione con il contesto in cui vivono (soprattutto se sono architetti:-)).  Ecco perché ho adorato le creazioni di Manrique, artista nato a Lanzarote, dove ha vissuto l’ultima parte della sua vita. Si deve in buona parte anche a Manrique se Lanzarote non ha subito una speculazione edilizia selvaggia (c’è una legge che qui impone la costruzione di case bianche di una certa altezza) e se la natura, anche quella più selvaggia e aspra di pietra e roccia vulcanica, vive così intensamente con l’architettura. Andare a Lanzarote e non fare la sua conoscenza significa aver perso l’opportunità di entrare veramente in sintonia con questa isola. La cosa straordinaria? Non è mai stato così facile coinvolgere i bambini in un tour “artistico”.

2) Il giardino di Cactus
E’ stata la nostra prima tappa. E ha superato le mie aspettative. Manrique ha creato un giardino ad anfiteatro in un’antica cava di pietra a Guatize: al primo sguardo una grande voragine nera, punteggiata dal verde acceso delle piante grasse, alcune delle quali alzano i rami spinosi in modo bizzarro verso il cielo sgombro di nuvole. I bambini si sono aggirati nel labirinto, caratterizzato da linee curve e terrazzamenti con oltre 7000 fra piante endemiche e provenienti da altri paesi, fino a salire al Mulino bianco col tetto rosso, da dove godere di una vista incredibile. L’impressione (come del resto in altri luoghi di Manrique) è che tutto sia opera della natura con un intervento umano minimo e silenzioso.

3) Jameos de Agua
Nel nostro tour dedicato a Manrique siamo arrivati a Jameos de Agua: “jameos” sono le cavità del lungo tunnel lavico, creato oltre 4000 anni fa in seguito all’eruzione del Monte Corona. Questi enormi buchi naturali sono stati usati per anni come discarica: Manrique ha recuperato queste grotte sotteranee trasformandole in un Giardino botanico, un ristorante con piscina di un bianco accecante e un Auditorium per concerti di musica all’aperto. La discesa dal ristorante alla grotta, dove c’è un laghetto di acqua salata, è meravigliosa: alla bellezza del luogo si aggiunge la sorpresa dei granchi albini (unici al mondo) che abitano queste acque, punteggiandole di un bagliore luminoso come fossero un cielo stellato. Sorpresa finale il piccolo museo dove abbiamo assistito alla simulazione di un’eruzione vulcanica.

4) Mirador del Rio
E’ difficile scegliere fra i tanti panorami mozzafiato che l’isola regala, questo però è fra quelli che più mi ha sorpreso. Pare di essere completamente immersi nel paesaggio, sospesi a 500 metri di altezza fra cielo, mare e scogliera, quasi da poter afferrare con una mano la piccola isola Graciosa di fronte. E’ un luogo emozionante, dove non ci sono barriere allo sguardo sia internamente sia esternamente, perché la Fortezza recuperata da Manrique e trasformata in un Mirador (con un piccolo bar panoramico) è tutt’uno con la natura circostante. Dopo un giro alla terrazza esterna, sedete a uno dei tavoli o su uno dei divanetti con vista e concedetevi il tempo di stare semplicemente a guardare

 

 

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5) Cueva de Los Verdes

E’ stata, insieme al Vulcano, una delle tappe più emozionanti per i pupi al seguito. La Cueva è un tenebroso tunnel vulcanico creato dall’eruzione del Monte Corona: una guida ci ha accompagnato sottoterra lungo i due chilometri dei sette visitabili, raccontandoci come la Grotta abbia preso il nome dalla famiglia Verde che ne era proprietaria e qui si rifugiava per sfuggire alle incursione dei pirati. Ha illuminato le stalattiti e l’auditorio dove si tengono concerti di musica, sorprendendoci alla fine con quello che deve rimanere un segreto ben custodito (andateci per scoprirlo!).

6) Il Vulcano di Timanfaya
Avvicinandosi alla zona del Parco di Timanfaya l’impressione di essere in un luogo unico, poco terrestre, è forte: ci hanno lasciato a bocca aperta i colori, dal nero pece al rosso mattone, sparsi su colline sinuose, morbide, dove spiccano come diamanti cespugli verdi bassi e fiori dai gialli accesi, mentre accanto l’oceano borbotta. Siamo saliti fino alla montagna del Fuoco e una volta lasciata l’auto, abbiamo partecipato al tour in bus attraverso le dune vulcaniche. Prima però la dimostrazione della guida di fonte al ristorante “El Diablo” (anche questo una creazione architettonica di Manrique perfettamente inserita con le sue forme nere e allungate nel paesaggio): sotto lo sguardo attento dei bambini, la guida ha acceso un fuoco da pochi sterpi gettati in una buca di un paio di metri a mostrare come l’attività vulcanica sia ancora molto attiva, successivamente ha mostrato come una secchiata di acqua sul terreno sia sufficiente a far scaturire un potente geyser.

 

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Guardate che effetto a sorpresa!

 

7) Le Saline de Janubio
Sono il cielo col mare blu e la luce argentata a fare della scacchiera irregolare delle saline uno spettacolo naturale incredibile. I colori mutano con il trascorrere delle ore nella laguna di origine vulcanica, a ridosso del mare, 
dove il sale viene accantonato in grossi mucchi bianchi. Le saline de Janubio sono le più grandi di tutte le Canarie e ancora oggi si trova il sale in vendita nei negozi sparsi sull’isola. Ovviamente ho acquistato un paio di chili di fior di sale come souvenir:-)

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8)Mercato di Teguise
Teguise spunta dalla strada sulla collina: un mucchio di case bianche, dalle imposte verdi, che si accendono di suoni, voci e musica alla domenica, quando buona parte di chi visita l’isola viene qui per il mercato. Lo abbiamo fatto anche noi, perché adoro gironzolare fra le bancarelle dei mercati, curiosando fra formaggi, verdure e vini e fermandosi ad ascoltare i musicisti di strada. L’atmosfera è quella della festa: noi ci siamo fermati a mangiare tapas al tavolino all’aperto di un ristorante, circondati dal vociare allegro della gente.

 

9) Playa Papagayo
Lanzarote conta un centinaio di spiagge, da quelle di sabbia dorata a quelle di sabbia nera vulcanica. Tra le più belle, nella zona sud, le spiagge del Parco Naturale Los Ajiaches: ci si arriva percorrendo una strada sterrata (si paga un pedaggio di 3 euro) fino alle sette calette, incastonate fra le rocce con l’orizzonte puntato verso le dune di Fuerteventura, l’isola di fronte. Noi siamo tornati due volte e la seconda, a Playa Papagayo, mi ha regalato una perfetta giornata di “buon compleanno” (era il 10 gennaio!): ci siamo goduti il sole in spiaggia, abbiamo sperimentato il bagno nelle acque (gelide!) atlantiche e terminato con un pranzo con vista al chiringuito sulla scogliera.

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10) Il tramonto a El Golfo

Durante i nostri viaggi, negli anni, sono diventata una collezionista: di camere con vista e di tramonti. Le prime incorniciano una porzione di mondo, mettendo radici nella mia memoria, i secondi accendono i ricordi. A Lanzarote abbiamo collezionato ben tre perfetti tramonti: uno vicino a casa, dopo una passeggiata al faro, gli altri due a El Golfo, dove siamo tornati a distanza di due giorni perché ci è piaciuta l’atmosfera da paesino di pescatori dove mangiare paella o stufato di pesce a ridosso dell’infrangersi delle onde sulla spiaggia. Non mancate di fermarvi sulle scogliere di Los Hervideros lungo il tratto che porta a El Golfo: qui si incontrano mare e vulcano, mentre l’oceano si scatena con forza modellando le rocce. Il respiro si fa ampio e la vista spazia libera, leggera come se spiccare il volo fosse una cosa semplicissima.

 

11) La Geria, ovvero i vigneti del Vulcano
Ricordo il piacere dell’andare per cantine in Toscana, in Piemonte, in Sardegna e in Trentino: un’abitudine di casa. Ricordo la sensazione di sentirsi in Francia nelle Winelands sudafricane. Ma niente è paragonabile al passaggio attraverso La Geria, la zona vinicola di Lanzarote: sui declivi uno dopo l’altro si susseguono grossi anelli neri, separati da cerchi di pietra vulcanica, con un grosso diamante verde al centro. Sono le piante di vite, coltivate all’interno di una buca ricoperta di lava vulcanica e protette dal vento dal muretto a cerchio di pietre laviche. In questo modo gli abitanti sono riusciti a fare di Lanzarote una delle isole più produttive di vino, con tante aziende vinicole, disseminate sulla strada, dove fermarsi per una degustazione o un pranzo: noi abbiamo bevuto un ottimo malvasia secco alla Bodega Rubicon: http://bodegasrubicon.com.

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12) Museo del Campesino
Una bella tappa da fare coi bambini, soprattutto per via dei piccoli laboratori che si tengono in questo Museo dalle tante case bianche con imposte verdi che riproduce la Lanzarote agricola e rurale tradizionale. Indossati grembiule e cappello da chef, Alice e Lea si sono cimentate prima nella preparazione dei biscottini senza cottura a base di Gofio, la farina di cereali tostata, poi insieme a Edo hanno preparato il mojo rosso, che accompagna le “papas arrugadas”, ossia le patate rugose, aspetto ottenuto cuocendole in poca acqua con tanto sale. Ovvio che la preparazione è stata seguita dalla degustazione, con estremo fervore di tutti e tre: hanno spalmato il mojo rosso (piccante!) a piene dita sul pane sotto il nostro sguardo stupefatto!

13) Fondazione Manrique
Conquistati dall’artista più geniale di Lanzarote abbiamo voluto fare un salto anche alla Fondazione, un tempo abitazione di Manrique e oggi museo dedicato alla sua opera.
La casa è sorprendente, un po’ come entrare in un paese delle Meraviglie di cui Manrique è il Cappellaio Magico: l’artista ha ricavato i saloni nelle bolle d’aria create dalla lava vulcanica, i corridoi sono scavati come tunnel bianchi e luminosi, mentre un po’ dovunque grandi vetrate incorniciano il paesaggio esterno. A concludere una parte con opere di Manrique e Picasso, e un video che racconta la vita dell’uomo e la devozione dell’artista alla sua terra tanto amata.

14) Camminate, camminate e camminate
Era la nostra prima volta a Lanzarote e naturalmente, come è nella mia natura, ho voluto vedere il più possibile. Abbiamo di conseguenza privilegiato gli spostamenti in auto, concedendoci un paio di mezze giornate a piedi lungo i tratti costieri. Una mattina siamo partiti dal centro di Playa Blanca verso Marina  Rubicon, un pomeriggio siamo scesi invece a Puerto Calero: le passeggiate sono veramente piacevoli, col mare accanto, i bambini che possono correre liberamente e il vento in faccia. Sia Marina Rubicon sia Puerto Calero sono località tranquille affacciate sul porto affollato dove contare le barche.
Nel nostro peregrinare a Lanzarote abbiamo lasciato il cuore in un piccolo ristorantino, appena fuori da Arrecife, dove ci siamo fermati prima del volo di rientro. La vista dalle vetrate, i tavolino fuori a bordo mare, spruzzati di salsedine dalle onde valgono veramente il viaggio. Il nome? Casa Thomas.

15) Come ci vado
Noi abbiamo prenotato un volo low cost che in sole 4 ore dalle nebbie milanesi ci ha portato in piena primavera, a Lanzarote. Ho affittato un’auto da una compagnia locale (Cicar.com), con tariffe veramente vantaggiose (e copertura casco totale che ci è servita visto che nel garage dell’aereporto ci hanno tamponati!), ho prenotato una villa con piscina riscaldata (i bambini ci hanno pure fatto qualche tuffo pomeridiano) tramite un’agenzia inglese (molto diffuse perché sono tanti i turisti nordeuropei): si è rivelata un’ottima scelta per la sua incredibile vista mare e per la posizione defilata ma vicina a Playa Blanca.

 

Una volta a Karpathos, sempre a Karpathos

Il paesaggio è arido, quasi arso dal sole e sferzato dal vento che soffia implacabile sul mare punteggiato dalle vele colorate dei windsurf. Siamo appena scesi dal piccolo aereo che ci ha trasportati in poco meno di un’ora dal fascino medioevale e cosmopolita di Rodi alla solitudine fuori dal tempo di Karphatos. La prima impressione non è di incanto. E mai impressione si rivelerà più lontana dalla realtà. Perché una volta a Karpathos, sempre a Karphatos. Almeno col cuore.

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Lisboa, obrigada

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Ha un’essenza deliziosamente decadente che sa di mare, cielo azzurro vivo e luce che si tinge di oro rosato quando si fa sera. Ci sono i luoghi da non perdere, come già ricordava poco meno di cento anni fa il letterato nazionale più conosciuto, Fernando Pessoa, in “Lisboa, Quello che il turista deve vedere”. Quelli però vengono dopo. Lisbona è una città bellissima che si afferra immediatamente lasciandoti senza fiato (che sia il panorama da uno dei sette colli o la discesa impervia del mitico tram 28): è immediata, luminosa, nostalgica e avvolgente. Basta passeggiare e guardare. Oppure allungare la mano dal tram 28 (o il 22) e quasi sfiorare con le dita i palazzi illuminati dai colori e dalle trame degli azulejos.

Arriviamo nel mezzo della settimana, lasciandoci dietro l’autunno e sprofondando in un’inaspettata primavera.
Dormiamo in un vecchio edificio, l’androne buio, le camere all’ultimo piano dopo le scale infinite ampie perché un tempo lo spazio non era una questione di cui preoccuparsi, i balconcini stretti e malandati ma dalla vista meravigliosa.
Più in là, scopro a colazione, appollaiata su uno di quei terrazzini che avevo ammirato col naso all’insù, c’è il Tejo, il Tago. Perché a Lisbona si respira salsedine ma la città è mollemente adagiata su un fiume. Il mare è più in là, le acque si confondono, un rapido passaggio di acqua scura e più torbida a un blu di oceano.
Siamo a ridosso del Barrio Alto, un tempo la zona dei nobili oggi quella dei locali e della vita notturna. Basta però lasciarselo alle spalle per inoltrarsi nel Chiado, dove ci fermiamo a bere una bica de “carioca” (caffè leggero) al Brasilera: all’esterno una statua di Pessoa ricorda fra uno scatto e l’altro dei turisti che qui lo scrittore era un affezionato habitué.

Il Chiado prosegue elegante fra piazze e boulevard nella Baixa: da ammirare piazza Rossio e piazza Figuera. Si cammina lenti sulle salite che il tram macina fra curve impossibili ed edifici a sfioro. Mi piace quel rumore di fili e ferro, ritorna puntuale e racconta storie antiche. Adoro le giornate in cui la meta conta poco, e il viaggio tutto.


A Lisbona, in due, posso permettermi di essere disordinata, negligente e spensierata. E il quartiere di Alfama, dove alla sera si confondono le note degli spettacoli di fado, è perfetto per perdersi fra la conta degli azulejus, le facciate malandate, le finestre aperte al vento e i panni affidati alla giornata di sole.

E’ inevitabile sentirsi avvolti dalla “saudade”: a differenza di altri luoghi qui non occorre spiegare la malinconia, la nostalgia, è come dire c’è il sole o la luna. Indulgere nella nostalgia ha il suo pieno diritto proprio come si potrebbe fare con l’allegria o la gioia. E qui la malinconia non ha toni grigi ma è illuminata a giorno.
Attraversiamo Alfama molto lentamente, dopo una sosta alla Cattedrale della città, mentre fotografo e fotografo, fino ad arrivare al Castello di S. Jorge dai cui bastoni dall’impronta islamica si ammira uno dei panorami più belli della città.

Sorge su una collina, come alcuni dei mirador che punteggiano Lisbona, ai quali si arriva dopo la fatica delle salite o semplicemente innalzandosi con un elevador (quello di Santa Justa sorge nel bel mezzo della città, a ridosso di due palazzi, una fila interminabile di persone come immancabile appendice per buona parte della giornata). 

Ecco, a Lisbona potete scegliere un panorama diverso ogni sera per il vostro tramonto, lasciando che lo sguardo spazi sempre più in là. La sera noi saliamo per un aperitivo a Santa Caterina, è un po’ meno affollato rispetto ad altri posti: ci torneremo per un pranzo al ristorante Pharmacia e una visita all’omonimo museo (Lui era interessato al tema:-)).
La sensazione di essere meravigliosamente e pericolosamente sospesi verso l’infinito è forte anche a Belem, una zona discosta dal centro, la punta da dove partivamo i grandi esploratori del passato, fra tutti Vasco da Gama.
Ci si può arrivare anche con un tour in barca: dà la possibilità di ammirare Lisbona dal mare, che si “erge come un’affascinate visione da sogno” (Pessoa, in Lisboa).
La Torre di Belèm più che un avamposto fortificato di avvistamento militare, un tempo punto di ingresso per i marinai e i galeoni, pare un luogo magicamente proteso verso il mare, come la prua di una nave: l’effetto è molto reale, tanto più se si pensa che fino al terremoto di oltre tre secoli fa, la torre era separata dalla terra ferma, ma stava proprio nel mezzo del fiume. L’esterno, caratterizzato dalle preziose cupole moresche e le logge veneziane, è sospeso fra il cielo e il quasi mare sottostante.
Se la Torre di Belèm era il saluto di partenza e arrivo per i marinai, il Monastero di S. Geronimo era il luogo dove imbrigliare le paure e vestirsi di coraggio prima di affrontare l’infinito. Fu costruito proprio per onorare i grandi esploratori e la scoperta della via delle Indie,  sopra tutti Vasco da Gama e Luis de Camoes (ricordato ancor di più per i suoi versi e sonetti che lo fanno il Dante o lo Shakespeare portoghese).
Ci si aggira in silenziosa meraviglia fra le decorazioni del chiostro, dove un tempo si raccoglievano in preghiera prima della partenza per le Indie i navigatori sognatori: la Terra, ciò che ancora non si conosceva sulle mappe costituiva quello che per noi oggi è l’universo.
A Belèm abbiamo scoperto una piccola enoteca (Enoteca de Belèm) dove ho mangiato una delle migliori uova pochè su farinata e polpo croccante degli ultimi anni. Anche qui ovviamente abbiamo assaggiato il bacalhau, credo l’ingrediente con maggiori variazioni nella cucina della città (in centro c’è persino la Casa de Bacalhau dove si mangiano solo polpette di… baccalà).
Lisboa è una città dove la cucina è un piacere in cui indulgere senza troppi pensieri, dove degustare calici di vinho verde, bagnarsi le labbra di ginjinha(il tipico liquore portoghese) o comprare scatolette di pesce in conserva (dallo sgombro al solito bacalhau) impacchettate come fossero souvenir.
E subito dopo, ho obbligato il mio recalcitrante accompagnatore alla sosta alla più famosa pasticceria del Portogallo per assaggiare la famosa Pastel de Nata, creata quasi due secoli fa proprio qui. Ecco, sì, all’esterno c’è una coda continua per l’asporto, però se ci si spinge all’interno, dopo una attesa di pochi minuti ci si può accomodare a un tavolo e assaggiare una Pastel (oltre a chiedere al cameriere di farsi preparare un comodo take away). Che dire? Deliziose, la pastella si sbriciola sotto i denti mentre il ripieno dolce e cremoso viene spolverato da un accenno di cannella.
 Ho adorato attraversare e ammirare Lisbona a piedi (lasciate i tacchi a casa perché qui veramente è impossibile che li possiate utilizzare:-)), però il giro sul Tram 28 è stata un’esperienza da ricordare. A dire il vero lo abbiamo preso solo un paio di volte: di giorno è sempre affollato e accaparrarsi un posto al finestrino è quasi impossibile.
Noi ci siamo saliti di sera, sul tardi, e ci siamo arrampicati attraverso la città. Eravamo in pochi: mi sono ritrovata seduta subito alle spalle del conducente, il finestrino aperto e la mano protesa. In certi momenti il gioco di curve e salite e poi discese pareva una sorta di montagne russe su strada. E il tram sfiora realmente gli edifici, a tratti sembra li accarezzi, mentre la città ti avvolge nella sua melanconia meravigliosamente vitale e luminosa. Obrigada, Lisboa.
Due info utili

Il sito web di Lisbona

http://www.lisbona.info

Il nostro b&b: www.casinhadasflores-lisboa.com

Pharmacia museo e ristorante

Enoteca de Belem: 

Galanolefci, blu e bianco: Paros e Antiparos

Il chicchiericcio delle cicale si confonde con il blu, quello del cielo e quello del mare. L’auto si arrampica fra i campi che portano alla spiaggia. Su un lato della strada l’erba è stata ordinatamente raccolta in file apparentemente disodinate di covoni. Dopo l’ultimo si intravedono i morbidi contorni di una delle tante chiesette di cui è punteggiato il paessaggio. Anche quelle bianche e blu. Come le case. Come la bandiera, Galanolefci (in greco), “blu e bianco”, mare e libertà. E’ l’essenza di un paese, quasi scontata nella sua semplicità, facile da afferrare in poche occhiate. Amo questi colori, specialmente d’estate. E’ la Grecia. E noi siamo ad Antiparos, isola dalle dimensioni che ti stanno in testa nel giro di niente.

Campagnola, quieta e appartata. Un unico centro, Antiparos con il suo Kastro di origine veneziana e la spiaggia cittaina a pochi minuti: al porticciolo le taverne, e la via centrale, un’unica strada lastricata di bianco, pochi vicoli ai lati, sulla quale si affacciano i negozi e i colori accesi delle bouganville. 

Ci siamo arrivati dopo un viaggio faticoso: il passaggio a Myconos, il traghetto sbagliato e la fermata d’obbligo a Naxos, esaurita fortunatamente con una merenda a base di macaron e frappè, l’arrivo a Paros e la traghettata di poco più di cieci minuti per Antiparos.

La nostra sbadataggine è stata salvata dalla gentilezza della gente. Il capitano della nave ci ha trovato la coincidenza, un noleggiatore di auto ha telefonato al nostro “noleggiatore di auto” per farci portare la macchina visto il ritardo. E’ la Grecia.

Qui la dimensione del viaggio, i suoi tempi e i rumori sono quelli dei traghetti. Le file serenamente disordinate per la salita mentre altri discendono, l’attesa all’ombra bianca delle pensile di muratura, il rapido partire (e ce ne siamo accorti perché saliti sul traghetto sbagliato è stato impossibile ridiscendere coi nostri tre bambini e bagagli al seguito) e i contorni della prossima isola persi all’orizzonte.
Non amo i traghetti, ad eccezione che in Grecia. Lì per me lo spostarsi assumo tutto un altro fascino, un po’ come quando mi trovo al tabellone partenze in aereoporto.

Ad Antiparos le spiagge si contano su poco più di una mano, noi dormiamo a Soros Beach, una delle più belle, insieme a Livadia e per noi Apadima.
Alla punta estrema la spiaggia di Aghios Georgios, proprio di fronte a Despotiko, un’isoletta brulla dove le capre pascolano accanto agli scavi archeologici.
Ci andiamo nel corso della settimana: gli scavi, ci racconta un giovane archeologo italiano, sono iniziati da qualche anno, sponsorizzati da privati.
Si scava solo d’estate, per pochi mesi, quando le finanze lo permettono. E ci vorrà tempo prima di portarli a termine.
Despotiko era un luogo di culto: c’erano templi dedicato ad Apollo, ma anche abitazioni e sculture. Oggi ci si aggira intorno scrutando i resti e immaginando.

Da Despotiko la piccola imbarcazione ci porta a una grotta vicina per un bagno, al ritorno ci fermiamo alla taverna di Capitan Pipino: si affaccia a bordo mare, con gli immancabili polipi lasciati a seccare al sole.
Ancora una grotta, questa volta saliamo fra le colline, il panorama è senza fiato. Si entra ad ammirare le stalattiti nelle cave utilizzate un tempo come rifugio dagli abitanti dell’isola.
Scendiamo a mare, ci fermiamo ad Apadima. Riparata dal vento, attrezzata, perfetta coi bambini.
Segnatevi l’indirizzo per pranzo ma soprattutto cena. Noi ci torniamo due volte, la cucina del ristorante Nixon di Beach House e del suo chef (e blogger) Marko Rossi è deliziosa. Greca ovviamente ma con influenze esterne (vedi la ceviche, fantastica).
Per noi la migliore dell’isola insieme a quella di Soros Beach e Tageri.
Scegliamo l’immancabile tavolo bordo mare, particolare non da poco hanno il seggiolone. Lo so per la maggioranza conterebbe nulla, ma noi che da giorni non riusciamo a fare un pasto tranquillo perché Edo fermo se non vede la tavola non ci sta è un plus notevole:-).
Da non perdere ad Antiparos il tramonto. E’ un vero e proprio rito che si può consumare comodamente seduti a bere un aperitivo oppure liberi sulla spiaggia alla quale si arriva con una tranquilla passeggiata di meno di un chilometro dal paese.
Ci rispostiamo a Paros, questa volta per rimanerci una settimana. E’ un’isola dalle dimensioni maggiori, così tanti angoli e spiagge da rendere i giorni troppo pochi: lunghe distese di sabbia, mare tuchese e trasparente, come Kolymbithres (le sue rocce mi hanno ricordato la Maddalena!) e Golden Beach (paradiso per i Windsurf e infatti quando ci andiamo siamo pochi, ma veramente pochi al vento:-)) o Santa Maria (fondali bassi e digradanti dolcemente perfetti per i bambini, a pochi chilometri da Noussa, con la sua Chora fra le più belle delle Cicladi), piccole spiaggette solitarie da ricercare lungo la costa, spettacolare quella est, col suo susseguirsi di spiagge, campi e chiesette a vista sul mare fino al paesino di Piso Livadi, affollato di taverne sul porticciolo e la spiaggia di Longares, ombreggiata dalle tamerici.
Ci siamo spinti fino a sud e poi abbiamo risalito la costa che si allunga di fronte ad Antiparos: qui ci è piaciuta Aliki, con la sua atmosfera rilassata e il paesino fatto di poche taverne, alcune proprio sulla spiaggia.
Noi abbiamo dormito ad Ampelas, a qualche chilometro da Noussa, tratto di costa solitario:   un paio di taverne (entrambe pieds dans l’eau con panorama su Naxos, entrambe con una genuina e semplice cucina greca con pesce fresco), una piccola spiaggia attrezzata e le altre assolutamente libere e quasi deserte. E per chi voglia godersi la vista o il cielo stellato c’è una panchina, come se fosse lì da sempre, quasi abbandonata con noncuranza.
Ho adorato l’assoluto silenzio della zona (se si escludono grilli e cicale e beh i nostri pupi:-)), le gentilezza dello staff e la camera dove abbiamo dormito: una vera “room with a view” con vista che si confondeva dal mare al cielo. Segnatevi Stagones Villas.
Siamo stati a Noussa più volte. Il luogo è da cartolina, con la chiesa che si staglia nella parte alta, le taverne a bordo acqua, l’anima marinaresca della zona dove le reti dei pescatori si confondono con i tavolini bianchi e azzurri che affollano il porticciolo e i vicoli bianchi.
 La consapevolezza chesull’isola la vita è migliore soprattutto se ci rilassa in flip flops e si sorseggia un cocktail a base di gin (vedi foto:-)), mentre il mare è sempre lì. al di là delle imposte socchiuse.
Noi ci siamo sempre stati verso il tardo pomeriggio mai di sera e ci siamo concessi un aperitivo quando i locali erano ancora silenziosi.
Le fa da contrappunto, Parikia, il capoluogo dell’isola, dove arrivano i traghetti e si scambiano i viaggi, testimone un mulino. Qui il  è meno bello ma forse più autentico.
Merita una sosta a cena anche il paesino di Lefkes, uno di quei luoghi lontani dalla pazza folla dove tutto scorre come se il tempo fosse lento e delicato.
Siccome siamo di quelli che soffrono il mal di terra, è stato impossibile non concedersi un’uscita per esplorare la zona attorno a Paros. Siamo finiti fino a Koufonissi. Con Alice c’eravamo stati anni fa, me ne ero innamorata: un’isoletta da girare in bici, poche spiagge ma indimenticabili.
Questa vota l’abbiamo vista dal mare. Le oltre dieci ore in barca sono volate nonostante Edo abbia deciso di concedersi giusto un sonnellino di 45 minuti 45:-): abbiamo fatto tappa a Naxos, nella zona sud, sulla costa impervia le uniche presenza erano le capre e una deliziosa chiesetta sul mare, e poi alle grotte di Koufonissi nella baia di Xilobatis, e infine ad Antiparos.
Al ritorno d’obbligo la cena a Piso Livadi, da dove siamo partiti in una delle taverne del porticciolo.
Lungo la strada che da Ampelas ci portava verso la zona sud abbiamo fatto sosta più volte nella panetteria (ma ci trovate gelati e dolci di ogni tipo) migliore di Paros. Xilofournos. All’esterno abbiamo approfittato delle panchine per goderci un Freddocino noi, una spremuta fresca i bambini, accompagnati da gelato, pasticcini e baklava.
Ovviamente la maledizione traghetto accompagna anche la partenza. Non c’è posto sul primo di ritorno e trascorriamo quindi a Parikia un paio d’ore di più. Niente di male: ci sono i negozietti del centro:-).
A Mykonos trascorriamo una sera. L’abbiamo visitata anni fa, questa volta c’è giusto il tempo dell’immancabile approdo alla Piccola Venezia, Little Venice.
Coi suoi locali, lo scorcio dal lato dei mulini, con le onde che schiaffeggiano i vecchi edifici a picco, illuminati dal tramonto di fine giornata.
E la passeggiata fra i vicoli immacolati del centro, affollati di gente. Ceniamo lontani dalla confusione, in un locale, Amades, composto da qualche tavolino sulla strada e pochi all’interno. A fine strada una chiesetta, più in là la folla, i colori, quelli ricorrenti, bianco e blu.
Ricompongo i giorni, il blu e il bianco.  Assoluti e così incantati. E’ la Grecia. E dopotutto “on the island life is better”.